L'omesso o ritardato versamento dell'imposta
a seguito del c.d. DL Rilancio 

 

L’interpretazione secondo la quale il caso dell’omesso riversamento del contributo di soggiorno, da parte dell’albergatore, configurava una condotta punibile ex art. 314 c.p. è stata superata da una norma di carattere generale, che non necessita di provvedimenti attuativi dei Comuni.

Nel Decreto-Legge 19 maggio 2020, n. 34 recante "Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all'economia, nonché di politiche sociali connesse all'emergenza epidemiologica da COVID-19" si esplicita che l’omesso riversamento deve essere punito con una sanzione amministrativa. Si verte pertanto in un caso di sostanziale depenalizzazione di quelle forme di peculato che si ritenevano integrate dall’omesso riversamento della contributo di soggiorno[1].

Il comma 3 e il comma 4 dell’Art. 180 Ristoro ai Comuni per la riduzione di gettito dell'imposta di soggiorno e altre disposizioni in materia dispongono quanto segue:

  …

  3.     All'articolo 4 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, dopo il comma 1-bis, e' inserito il seguente: «1-ter. Il gestore della struttura ricettiva e' responsabile del pagamento dell'imposta di soggiorno di cui al comma 1 e del contributo di soggiorno di cui all'articolo 14, comma 16, lettera e), del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, della presentazione   della   dichiarazione,   nonché'   degli   ulteriori

adempimenti previsti dalla legge e dal regolamento comunale. La dichiarazione   deve   essere   presentata   cumulativamente   ed esclusivamente in via telematica entro il 30 giugno dell'anno successivo a quello in cui si e' verificato   il   presupposto impositivo, secondo le modalità' approvate con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, sentita la Conferenza Stato-città' ed autonomie locali, da emanare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente provvedimento. Per l'omessa o infedele presentazione della dichiarazione da parte del responsabile si applica la sanzione amministrativa dal 100 al 200 per   cento

dell'importo dovuto. Per l'omesso, ritardato o parziale versamento dell'imposta di soggiorno e del contributo di soggiorno si applica una sanzione amministrativa di cui all'articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471.».

  4.     All'articolo 4, comma 5-ter, del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 2017, n. 196, le parole da "nonché'" alla fine del comma sono sostituite dalle seguenti: "con diritto di rivalsa sui soggetti passivi, della presentazione della dichiarazione, nonché' degli ulteriori adempimenti previsti dalla legge e   dal   regolamento comunale. La dichiarazione deve essere presentata cumulativamente ed esclusivamente in via telematica entro il 30 giugno dell'anno successivo a quello in cui si e' verificato   il   presupposto impositivo, secondo le modalità' approvate con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze, sentita la Conferenza Stato-città ed autonomie locali, da emanare entro centottanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge. Per l'omessa o infedele presentazione della dichiarazione da parte del responsabile si applica la sanzione amministrativa dal 100 al 200 per   cento dell'importo dovuto. Per l'omesso, ritardato o parziale versamento dell'imposta di soggiorno e del contributo di soggiorno si applica una sanzione amministrativa di cui all'articolo 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471.". 

Il nuovo Decreto, pertanto, disciplina a livello nazionale il fenomeno dell’omesso riversamento (o del ritardo nel riversamento) indicando la sola sanzione amministrativa, ed escludendo che il responsabile della struttura possa essere qualificato come agente riscossore, menzionando - a chiusura della norma - il decreto che riformava lesanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di imposta sul valore aggiunto e di riscossione dei tributi, a norma dell'articolo 3, comma 133, lettera q), della legge 23 dicembre 1996, n. 662”.  

In concreto, il responsabile della struttura alberghiera viene definito “responsabile del pagamento” dell’imposta di soggiorno e non “agente contabile (nell’impostazione precedente, viceversa, il responsabile della struttura alberghiera era considerato responsabile del versamento e non mero sostituto d’imposta, quale soggetto ausiliario nei confronti dell'ente impositore e strumentale all'esecuzione dell'obbligazione tributaria intercorrente tra il Comune e il cliente della struttura)[2].

Con il c.d. Decreto Rilancio si esula, pertanto, dal perimetro applicativo del diritto penale: il responsabile del riversamento non assume più la qualifica di incaricato di pubblico servizio e si rende così inapplicabile, o comunque non contestabile, l’art. 314 c.p.; inoltre, la norma testualmente riportata implica la depenalizzazione dell’illecito, facendo espresso richiamo – in via esclusiva - ad una sanzione amministrativa pecuniaria (ciò esclude, pertanto, che si possa erroneamente supporre di versare nei confini sussuntivi di ulteriori e diverse norme incriminatrici).

I procedimenti già “in essere” (rectius già incardinati, o comunque per i quali la notizia di reato è stata già iscritta) dovrebbero pertanto subire le naturali conseguenze “pro reo” che discendono dalla depenalizzazione, in sintonia con il principio di specialità di cui all’art. 9 della L. 689 del 1981.

Ed invero, a mente dell’art. 15 c.p., tra più norme (penali) astrattamente applicabili alla medesima fattispecie, quella speciale deroga a quella generale, prevalendo su di questa, mentre – in via generale – il rapporto fra gli illeciti amministrativi e gli illeciti penali è risolto dall’art. 9 L. 24 novembre 1981, n. 689, secondo il quale “quando uno stesso fatto è punito da una disposizione penale e da una disposizione che prevede una sanzione amministrativa, ovvero da una pluralità di disposizioni che prevedono sanzioni amministrative, si applica la disposizione speciale”. Esattamente ciò che deve prevedersi con l’applicazione del nuovo decreto, in luogo dell’art. 314 c.p. (norma di carattere generale).

Ed invero, sulla possibile compresenza di illeciti e sanzioni di natura diversa, giova rammentarlo sin da ora, la giurisprudenza della Suprema Corte ha stabilito che in caso di concorso tra disposizione penale incriminatrice e disposizione amministrativa sanzionatoria in riferimento allo stesso fatto, deve trovare applicazione esclusivamente la disposizione che risulti speciale rispetto all'altra all'esito del confronto tra le rispettive fattispecie astratte (ex multis, Cass. Pen. SSUU 1963 del 21 gennaio 2011)[3].

Nel caso di specie (albergatore che deve adempiere all’obbligo di riversare nelle casse del Comune) si verte in un caso di applicazione del principio di specialità: la norma incriminatrice di cui all’art. 314 c.p. disciplina e punisce, in generale, l’appropriazione di denaro, o di altra cosa mobile, da parte dell’intraneus che ne avesse la disponibilità per ragione del suo ufficio; la disciplina che promana dal Decreto (a livello nazionale, senza rimandi ai Regolamenti dei comuni, per ciò che attiene l’apparato sanzionatorio e, quindi, la qualificazione giuridica dell’illecito) invece, disciplina in modo specifico oneri e sanzioni correlate al singolo responsabile della struttura alberghiera, che deve “riversare nelle casse del Comune” quanto ricevuto dall’ospite.

La lettura della nuova disposizione normativa, nei termini di una sostanziale depenalizzazione, appare corretta anche sotto il profilo di possibili violazioni del principio del bis in idem sostanziale.

Ciò potrebbe sicuramente implicare effetti favorevoli anche sui procedimenti già definiti con sentenza di condanna, ma sul punto sarebbe auspicabile che in sede di conversione si facesse chiarezza sulla “sorte” degli illeciti configuratisi prima dell’entrata in vigore del predetto Decreto.

Avv. Francesco Schippa

Avv. Silvia Cermaria

26/05/2020


[1] Si rammenta che Il decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 , solo per il comune di Roma, ha stabilito la possibilità di introdurre un contributo di soggiorno a carico di chi alloggia nelle strutture ricettive della città, da applicare secondo criteri di gradualità in proporzione alla loro classificazione fino all'importo massimo di 10,00 euro per notte di soggiorno.[5] Il decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, recante disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale[6], ha conferito ad altri comuni la facoltà di istituire l'imposta di soggiorno. Più precisamente ai sensi del comma 1 dell'articolo 4 del suddetto decreto, i comuni capoluogo di provincia, le unioni di comuni nonché i comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d'arte possono istituire, con deliberazione del consiglio, un'imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio, da applicare, secondo criteri di gradualità in proporzione al prezzo, sino a 5 euro per notte di soggiorno. 


[2] Sul punto cfr. Corte di Cassazione, Sezione 6 penale Sentenza 21 giugno 2019, n. 27707 Data udienza 26 marzo 2019


[3] Nella sentenza richiamata, tra le altre cose, si individua il contenuto della locuzione “stessa materia”, contenuta nell’art. 15 c.p., che negli anni ha ingenerato – come noto – diverse disquisizioni interpretative: “Valgono infatti, nel caso di concorso tra fattispecie penali e violazioni di natura amministrativa, le medesime considerazioni in precedenza espresse sulla necessità che il confronto avvenga tra le fattispecie tipiche astratte e non tra le fattispecie concrete. Il che, del resto, è confermato dal tenore dell'articolo 9 che, facendo riferimento al "fatto punito", non può che riferirsi a quello astrattamente previsto come illecito dalla norma e non certo al fatto naturalisticamente inteso. Orientamento condiviso anche dalla Corte costituzionale che, nella sentenza 3 aprile 1987, n. 97 - pronunziata proprio sul tema del concorso tra fattispecie di reato e violazione di natura amministrativa e con riferimento alla disciplina prevista dalla Legge n. 689 del 1981, articolo 9, comma 1, - ebbe ad osservare che per risolvere il problema del concorso apparente "vanno confrontate le astratte, tipiche fattispecie che, almeno a prima vista, sembrano convergere su di un fatto naturalisticamente inteso"